Essere tra le scienziate più autorevoli e citate nel panorama biomedico italiano non significa essere al riparo dalle disuguaglianze di genere. È quanto emerge da uno studio promosso dal Club Top Italian Women Scientists (TIWS) di Fondazione Onda ETS e pubblicato sullo European Journal of Cancer Prevention, che ha analizzato le esperienze professionali di alcune tra le ricercatrici italiane di maggiore rilievo internazionale.
I numeri restituiscono un quadro ancora distante dalla piena parità: 9 scienziate su 10 dichiarano di avere incontrato, nel corso della propria carriera, almeno una barriera riconducibile al genere. Tra le criticità più diffuse, la difficoltà nel trovare un equilibrio tra attività professionale e vita privata, indicata dal 91% delle intervistate. E il giudizio sul livello di inclusività raggiunto è tutt'altro che positivo: appena il 17% delle ricercatrici si dichiara soddisfatta della situazione attuale.
L'indagine ha coinvolto 82 ricercatrici senior, tutte con un h-index pari o superiore a 60, attive prevalentemente in università e Irccs. I loro ambiti di specializzazione comprendono, tra gli altri, biologia, immunologia, genetica, oncologia, farmacologia, neuroscienze ed epidemiologia.
A commentare i risultati è Adriana Albini, co-presidente del Club Top Italian Women Scientists di Fondazione Onda, scientific advisor della Direzione Scientifica dell'Istituto Europeo di Oncologia e autrice dello studio insieme a Sonia Levi. Secondo Albini, uno degli elementi più rilevanti della ricerca è proprio il profilo delle donne coinvolte: non si tratta di ricercatrici che non hanno raggiunto posizioni di rilievo, ma di professioniste che hanno ottenuto importanti riconoscimenti scientifici.
Il dato, quindi, suggerisce che le difficoltà non siano riconducibili a una carenza di competenze, preparazione o determinazione individuale, ma alle condizioni nelle quali le carriere scientifiche vengono costruite. Il raggiungimento di risultati eccellenti da parte di alcune donne, in altre parole, non può essere considerato una prova del superamento delle disuguaglianze ancora presenti a livello strutturale, culturale e organizzativo.
Anche guardando agli sviluppi di carriera, infatti, il riconoscimento scientifico non sembra tradursi automaticamente in pari opportunità. Il 57% delle intervistate riferisce maggiori difficoltà nell'accesso a ruoli di leadership, mentre il 52% individua ostacoli nella progressione professionale. Il 39%, inoltre, dichiara di avere sperimentato stereotipi o pregiudizi nei confronti delle donne impegnate nella ricerca biomedica.
Un'altra area particolarmente critica riguarda l'organizzazione del lavoro e la possibilità di preservare spazi personali. Il 56% delle scienziate dichiara di avere difficoltà a disconnettersi dagli impegni professionali e la stessa percentuale lamenta una carenza di tempo da dedicare a sé stessa.
La situazione appare ancora più complessa per chi ha figli. Tra le ricercatrici madri, 9 su 10 hanno affrontato difficoltà, da moderate a severe, nel conciliare le responsabilità legate alla cura dei bambini con il proprio percorso professionale. A questo si aggiunge il carico di assistenza verso altri familiari, sperimentato dal 72% delle intervistate.
La combinazione tra pressioni professionali, responsabilità familiari e ostacoli alla crescita può arrivare a mettere in discussione la stessa permanenza nel settore. Il 37% delle ricercatrici ha infatti dichiarato di avere preso in considerazione l'ipotesi di lasciare la ricerca biomedica o di cambiare organizzazione, salvo poi scegliere di proseguire il proprio percorso.
Di fronte a queste criticità, le ricercatrici indicano anche con chiarezza quali interventi potrebbero contribuire a migliorare il contesto professionale. Al primo posto figurano maggiori strumenti per conciliare lavoro e vita privata, indicati dal 65% delle partecipanti. Il 59% chiede una più adeguata valorizzazione del contributo femminile attraverso riconoscimenti e maggiore visibilità, mentre il 56% ritiene necessario introdurre una maggiore flessibilità nell'organizzazione del lavoro.
Per il 54% delle intervistate occorrono inoltre politiche più concrete a sostegno degli avanzamenti di carriera e delle promozioni. Particolarmente significativo è infine il dato relativo alla rappresentanza: per il 74% delle ricercatrici è estremamente importante aumentare la presenza delle donne nei ruoli nei quali vengono assunte le decisioni.
È su questo cambiamento strutturale che pone l'accento anche Francesca Merzagora, presidente di Fondazione Onda ETS. I risultati dello studio, sottolinea, evidenziano la necessità di intervenire sui meccanismi che regolano le carriere attraverso criteri di selezione e promozione trasparenti, modelli organizzativi sostenibili, sostegno alla genitorialità e al caregiving, programmi di mentoring e una maggiore rappresentanza femminile nei luoghi decisionali.
La questione, tuttavia, va oltre il tema dell'equità professionale. Una maggiore inclusività nella ricerca significa infatti anche mettere a disposizione della comunità scientifica una pluralità più ampia di prospettive e competenze, con potenziali ricadute sulla capacità di innovare e di rispondere in modo più efficace ai bisogni di salute.
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